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quarta-feira, 13 de junho de 2012

Auxílio para o Sacramento da Penitência


Pequeno Catecismo da Penitência


I - AS QUATRO CONDIÇÕES


Para bem receber o sacramento da penitência são requeridas quatro condições: conhecer os pecados cometidos; estar deles contrito; confessá-los e cumprir a penitência que o confessor impôs.


II - EXAME DE CONSCIÊNCIA


Conhecimento dos pecados: Peçamos primeiro ao Espírito Santo que nos ilumine, rezando o Vinde Espírito Santo. Depois, façamos um exame de consciência sério, com serenidade, sobre a nossa vida, os mandamentos da Lei de Deus e da Santa Igreja, os pecados capitais e os nossos deveres de estado.

Sentido da nossa vida: Antes de tudo, perguntemos a nós mesmos se Deus está no centro da nossa vida, se é para nós um Pai, e se correspondemos ao seu infinito amor com um amor sem reserva e uma obediência generosa. Vejamos se Cristo, seu único Filho, é para nós modelo perfeito para seguir e se vivemos a sua vida pela fé e os sacramentos. Pensemos seriamente se o Espírito Santo encontra na nossa alma a sua digna habitação e se somos caridosos para com Deus e para com os homens. Seremos nós membros ativos e fiéis da Igreja, e esforçamo-nos por ser seus apóstolos junto dos nossos irmãos? Trabalhamos sem desfalecimento na nossa perfeição e fazemos render os talentos que Deus nos concedeu? 

a) MANDAMENTOS DA LEI DE DEUS 

terça-feira, 12 de junho de 2012

A Selva - Zelo a que é obrigado o padre

     Santo Afonso Maria de Ligório
(27/09/1696 - 02/08/1787)
Bispo de Santa Àgata
Confessor
Doutor Zelosíssimo da Igreja
Fundador dos Missionários Redentoristas

A Selva



PRIMEIRA PARTE - MATERIAIS PARA OS SERMÕES


Zelo a que é obrigado o padre


 Cumpre notar que, num retiro eclesiástico, de todos os discursos a fazer, o mais importante, e de que se pode esperar mais fruto, é o que versa sobre o zelo; porque, se de entre os ouvintes, — como se deve esperar da graça do Senhor, — algum sacerdote vier a tomar a resolução de trabalhar, com ardor na salvação do próximo, ter-se há ganhado, não apenas uma alma, mas cem, mil almas, que se salvarão por meio desse padre.
 Vamos falar neste capítulo:
   1.º Da obrigação, que têm todos os padres de trabalhar na salvação das almas;
   2.º Do prazer que dá a Deus o padre, que trabalha na salvação das almas;
   3.º Da salvação eterna e da grande recompensa que pode esperar de Deus o padre, que trabalha na salvação das almas;
   4.º Do fim, meios e obras do padre zeloso.

I - Da obrigação que incumbe aos padres de trabalhar na salvação das almas

quarta-feira, 6 de junho de 2012

E a luta continua... Mons. Tissier de Mallerais, em Saint-Nicolas-du-Chardonnet

Queridos (e os demais) leitores, publico, hoje, extraordinariamente, a homilia de Mons. Tissier de Mallerais, do dia 03 de junho de 2012, em Saint-Nicolas-du-Chardonnet, em Italiano e Espanhol. Fico devendo a tradução para o Português, que certamente será publicada, em breve, por algum entre os nossos mais renomados blogs católicos.

Apenas para dar uma satisfação aos meus poucos e fieis leitores, informo que me encontro em convalescência de uma abençoada e providencial enfermidade - aproveito o ensejo para agradecer as orações por essa pobre alma que vos escreve - que me deixou "de molho" desde o dia 26 de maio, em virtude da qual comecei um real processo de desapego à Internet e a tudo o que ela proporciona. 

Antes de adoecer, eu já havia programado uma série de publicações (A Selva, de Santo Afonso Maria de Ligório) que iria até o começo do ano que vem, com a esporádica publicação de alguns artigos que eu reputasse interessantes, já procurando exercitar meu afastamento desse entretenimento pernicioso que a Net representa. A Divina Providência, contudo, quis me dar um "empurrãozinho amigo" e fez com que eu realmente não pudesse acessar a Net e, em seguida, que eu já nem quisesse mais fazê-lo de minha própria vontade, pois, quando eu já podia me sentar, no conforto de meu quarto, não senti vontade alguma de utilizar meu laptop, que se tornou praticamente obsoleto...

Eu ainda vou refletir se continuarei me ocupando, mesmo que esporadicamente, com a Net, a qual, graças a Meu Criador, me interessa cada vez menos...



Então, sem mais delongas, aqui vai a homilia de que falei e que é de grande importância: 



Mons. Tissier, Paris, domingo, 3 de junho de 2012

IN ITALIANO:


“Non pensiamo che per il fatto che Roma oggi ci propone un accordo, una situazione ufficiale nella Chiesa, dobbiamo rinunciare a proclamare queste verità, evidentemente forti, che contraddicono il Concilio” .

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.

“Mi è stato dato ogni potere in Cielo e sulla terra, andate dunque e insegnatelo a  tutte le nazioni, battezzatele nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa è la missione della Chiesa e la missione della Fraternità san Pio X.

E’ la fede che abbiamo nel potere di Nostro Signore Gesù Cristo; nel potere di Cristo Re e di Cristo Sacerdote che ci anima dalla nostra fondazione. Abbiamo condotto questa battaglia per il Cristo Sacerdote, per il suo sacerdozio, per i suoi sacerdoti, e per il Cristo Re, cioè per una civiltà cattolica, per uno Stato cattolico.

Noi continueremo a lottare, carissimi fedeli, come lo hanno fatto i santi dei primi secoli della Chiesa di fronte alle eresie che minavano la fede cattolica come oggi. Dobbiamo fare un paragone tra le eresie ariane, contro la SS. Trinità, e l'eresia attuale contro il Sacerdozio e la Regalità di Gesù Cristo.

Comincerò questo paragone esponendovi semplicemente tre eresie dell'antichità che sono state vinte dai santi e dai sacerdoti.

Innanzitutto l'arianesimo. Ario, sacerdote ad Alessandria d'Egitto, si erse contro il dogma cattolico dichiarando: “ No, il Verbo di Dio, il Figlio, non è uguale al Padre,  non è Dio. Il Verbo di Dio è una creatura”, e cita san Paolo a sproposito dicendo che “Egli è il primogenito tra tutte le Creature”. San Paolo ha scritto che Gesù è il primogenito di tutte le creature, considerando il piano di Dio. Dio lo ha visto per primo nel suo piano di creazione.Ha visto suo Figlio incarnato. Ario dice “ No! E' indegno che Dio diventi carne. Io ho trovato una nuova dottrina: il Verbo non è Dio”.

Allora si riunisce un concilio, un vero concilio, quello di Nicea, per condannare Ario e dichiarare che il Verbo di Dio è in tutto uguale al Padre. Il Verbo è consustanziale al Padre, come affermiamo ogni domenica nel Credo: consubstantialem Patri: il Verbo, Dio Figlio, è consustanziale a suo Padre. Insieme formano un'unica sostanza, un solo Dio.

E’ questa una parola filosofica, che non esisteva nella Bibbia ed i padri del concilio hanno esitato ad adottarla poiché proveniva dalla filosofia e dal paganesimo. Essa poteva portare a pensare cose completamente stravaganti, come il fatto che Dio Padre e Figlio sarebbero soltanto delle rappresentazioni di una sola persona. Dunque in Dio esisterebbe un'unica persona che assumerebbe di volta in volta la maschera del Padre o del Figlio. Anche sant'Atanasio ha avuto delle difficoltà ad adottare quel vocabolo, consustanziale, ma alla fine lo ha adottato, ed ha applicato il concilio di Nicea.

Per questo ha lottato, combattuto e sofferto. E’ stato mandato in esilio, si è rifugiato nel deserto: per la fede nella Santissima Trinità; per difendere l'uguaglianza assoluta del Padre e del Figlio; per difendere la divinità del Verbo di Dio. Non è forse quello che dobbiamo fare anche noi, cari fedeli, combattendo senza pietà gli eretici ariani?

Fu l’energia di Sant’Atanasio che in gran parte contribuì a sconfiggere l'eresia ariana. Dunque, non dobbiamo cessare la lotta che durerà ancora, a mio parere, vent'anni perché la crisi che subiamo attualmente è una crisi grave, quindi una crisi lunga. La storia della Chiesa mostra che tutte le grandi crisi sono durate settant'anni come l'arianesimo o il grande scisma. Quindi probabilmente la crisi conciliare durerà settant'anni, perciò dobbiamo aspettare ancora trent'anni. Non crediamo troppo in fretta alla vittoria. L’otterremo, perché Gesù ha dato ogni potere alla sua Chiesa e noi lo crediamo.

La seconda eresia sorta in seguito fu l'eresia nestoriana.

Nestorio, vescovo, patriarca di Costantinopoli, dichiara che dire che il Verbo è divenuto carne, “Verbum caro factum est”, è uno scandalo. “Affermare che Dio si unisca ad una carne, cioè al corpo di Gesù è uno scandalo. Dio è puro spirito, non può unirsi ad un corpo. Ciò ripugna alla filosofia, ed io, Nestorio, ho trovato un'altra soluzione. Gesù, l'uomo Gesù, per i suoi atti ha meritato la divinità. Così Gesù è diventato Dio, dunque Gesù è Dio”. Affermare che Gesù sia Dio è perfettamente corretto. Ma si può dire che Nestorio professasse la fede cattolica? Egli afferma che Gesù è Dio, ma in che modo? Non è Dio che si è fatto uomo, è Gesù, l' uomo Gesù, che è diventato Dio. E’ forse questa un’affermazione cattolica? No di certo. E’ un’eresia. Purtroppo è ciò che un certo professore di Ratisbona, quarant'anni fa, professava nelle sue lezioni, dicendo che Gesù va talmente al di là di se stesso, grazie alla sua carità...,si estende oltre a se stesso fino da unirsi all'Uno, cioè a Dio. Un'eresia, che assomigliava a quella nestoriana.

Dunque stiamo bene attenti, cari fedeli, a professare la fede cattolica come si deve. Non basta dire che Gesù è Dio, bisogna affermare che Dio che si è incarnato. Dio si è fatto uomo. E’ il mistero dell'Incarnazione. Allora ci sono stati dei santi, come san Cirillo d'Alessandria, che hanno lottato per questo errore, perché se Gesù non è Dio, se è un uomo, allora la Santa Vergine ha messo al mondo un uomo. Dunque la Santa Vergine non è Madre di Dio. “Santa Maria Madre di Dio, prega per noi, no, non può essere vero, la Santa Vergine è Madre dell'uomo Gesù Cristo”. Questa è' un'eresia, un'offesa alla Madonna. Come negare la sua maternità divina? San Cirillo si erse contro di essa, e con lui il concilio di Efeso, affermando che la Santissima Vergine è veramente Madre di Dio poiché ha messo al mondo Colui che è Dio da tutta l’eternità, l'Uomo-Dio, Gesù Cristo. Se Maria SS. è Madre dell'Uomo-Dio, è la Madre di Dio. Suo Figlio è Dio. La seconda Persona della SS. Trinità, Dio Figlio.

San Cirillo fu un santo che non esitò a confutare le eresie e perciò fu anche perseguitato. Egli le ha confutate spiegato la fede cattolica. Così dobbiamo fare noi oggi, cari fedeli, confutando la libertà religiosa, e spiegando la fede cattolica. La libertà religiosa vuole che si rispettino tutti quelli che professano gli errori religiosi. Vuole che lo Stato lasci la libertà a tutti gli errori, a tutte le false religioni, in nome della dignità umana. Noi diciamo di no. E’ Gesù Cristo che deve regnare, che deve regnare nei cuori e deve regnare pubblicamente nello Stato. Lo Stato deve essere cattolico.

Noi volgiamo confutare l'errore di questa falsa dignità umana; della libertà di tutti (i falsi culti), che lo Stato dovrebbe rispettare. Ciò è impossibile e falso. Dobbiamo invece affermare la Verità, cioè che solo Gesù ha il diritto di regnare pubblicamente nello Stato. Ecco cosa dobbiamo fare seguendo l'esempio di san Cirillo d'Alessandria. Non pensiamo che per il fatto che Roma oggi ci propone un accordo, una situazione ufficiale nella Chiesa, dobbiamo rinunciare a proclamare queste verità, evidentemente forti, che contraddicono il Concilio. Non dobbiamo rinunciare a combattere il Concilio e gli errori del Concilio.

Il terzo esempio che vi farò è quello dell'eresia dei Pneumatomachi.

Dopo il concilio di Efeso, alcuni affermarono che lo Spirito Santo non é Dio. Terza eresia: “Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, ma lo Spirito Santo non, non lo è. Lo Spirito Santo è una creatura. La prova? Il fatto che sia Gesù a mandarlo:“ il Paraclito, lo Spirito di Verità che vi manderò quando sarò presso il Padre ”. Se Gesù manda qualcuno significa che è una creatura”. Ecco l’errore dei Pneumatomachi.

Allora, cari figlioli, è forse vero che lo Spirito Santo non è Dio? Spero che siate pronti a protestare e a professare la vostra fede. Sì, lo Spirito Santo è Dio, come il Padre e il Figlio. Noi facciamo il segno della croce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo per mostrare che le Tre Persone divine sono tutte e tre Dio. “Nel nome del Padre”, c'è un solo nome, quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Un unico Dio in Tre Persone. Lo Spirito Santo è Dio. Allora san Basilio di Cesarea, nel Ponto, si erse per protestare contro questo errore e dire: “Lo Spirito Santo è veramente Dio, noi dobbiamo adorarlo come il Padre ed il Figlio”. Egli ha lottato per questo ed ha trionfato sull'errore.

Avvicinandosi alla soluzione della crisi, dopo forse venti o trent'anni, san Basilio vedendo che gli eretici, Pneumatomachi, cominciavano a convertirsi, (sarebbe bello che ora i conciliari cominciassero a convertirsi, ma non è il caso. Nessuno. Né a Roma né nelle diocesi. Nessuno) vedendo che cominciavano a ritornare alla fede cattolica decise che non era il caso di insistere, obbligandoli a dire che lo Spirito Santo è Dio, perché questo avrebbero esitato a professarlo.

Allora ha fatto uso di una formula più tenue, dicendo che lo Spirito Santo deve adorarsi con il Padre e con il Figlio e riceve la medesima gloria del Padre e del Figlio: “Noi dobbiamo adorare lo Spirito Santo come il Padre ed il Figlio, dobbiamo tributare la medesima gloria allo Spirito Santo che al Padre ed al Figlio”. Una formula più tenue, ma che professa la fede cattolica, senza equivoci. Se dobbiamo adorare lo Spirito Santo, è perché è Dio; se noi dobbiamo la stessa gloria allo Spirito Santo che al Padre ed al Figlio, è perché lo Spirito Santo è Dio.

San Basilio non ha usato parole equivoche riguardo agli eretici, che ritornavano alla Chiesa. Ha preteso che professassero la fede cattolica integrale ma con una formula più tenue. Ha fatto uso di prudenza, cosa molto buona, ma professando la vera fede. Non accettando di firmare delle cose equivoche. Ecco cosa dobbiamo fare oggi. Rifiutare delle formule equivoche e non smettere di condannare l'errore e di professare correttamente la fede cattolica.

Quando i conciliari, fra vent'anni o venticinque anni torneranno; quando si pentiranno del Concilio, quando vedranno continuare la catastrofe con i seminari completamente vuoti, le chiese in rovina, l'apostasia e l’immoralità ovunque, vorranno fare penitenza, e riconosceranno tali errori. Quando i conciliari nella Chiesa cominceranno a mostrare pentimento noi potremo usare formule più tenui per aiutarli a tornare, ma non adesso, mentre la crisi attualmente imperversa totalmente. Ora noi dobbiamo proclamare e condannare gli errori del Concilio, specialmente la negazione della regalità di Cristo, il rifiuto di Cristo Re.

Ecco, cari fedeli, il nostro programma di battaglia. Non facciamoci illusioni, la crisi è lungi dall'essere finita. Bisognerà combattere ancora a lungo e organizzarci per perseverare e continuare a professare la fede cattolica integrale, con la totale fiducia nel potere di Nostro Signore Gesù Cristo.

“Mi è stato dato ogni potere così in Cielo come in terra, andate dunque nel mondo intero, predicate la Verità, predicate la Santissima Trinità, predicate il Cristo Re, predicate il Cristo Sacerdote, affidatevi anche alla mia Madre divina, che ha tutte le grazie, che distribuisce tutte le grazie. E' anche grazie a Lei che trionferò sui miei nemici, è grazie a Lei che riporterò la fede cattolica integra nella mia Chiesa. Affidatevi a mia Madre, Vergine, Immacolata nella sua Fede”. Che la santa Vergine ci conservi la santa fede immacolata.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.

EN ESPAÑOL:


Mons. Tissier de París, Domingo, 03 de junio 2012
“No creo que por el hecho de que Roma nos ofrece hoy un acuerdo, una posición oficial en la Iglesia, debemos dejar de proclamar estas verdades, evidentemente, más fuerte, y que contradicen al Concilio.”

«En el nombre de Espíritu Padre, Hijo y Espíritu Santo, Amén».

«Toda potestad me es dada en el cielo y en la tierra. Por tanto, id, y haced discípulos a todas las naciones, bautizándolos en el nombre del Padre, y del Hijo, y del Espíritu Santo». Ésta es la misión de la Iglesia y la misión de la Fraternidad de San Pío X. Y la fe que tenemos está en el poder de Nuestro Señor Jesucristo, en el poder de Cristo Rey y Cristo Sacerdote. Esto es lo que nos motiva desde nuestra fundación. Llevamos a cabo esta batalla por Cristo Sacerdote, por su sacerdocio, por sus sacerdotes, y Cristo Rey, por una civilización católica, por un Estado católico. Vamos a seguir luchando queridos fieles, al igual que los santos de los primeros siglos de la Iglesia contra las herejías que amenazaban la fe católica como las hay ahora.

Tenemos que hacer una comparación entre la herejía arriana, en contra de la Santísima Trinidad, la herejía contra el sacerdocio actual y el Reinado de Jesucristo. Iniciaremos ésta comparación con la exposición de tres herejías de la antigüedad, que fueron ganadas por los santos y sacerdotes.

Primero el arrianismo. Arrio, un sacerdote de Alejandría, en Egipto, se levantó contra el dogma católico, al declarar:  “No el Verbo no es Dios, el Hijo no es igual al Padre, el Verbo de Dios no es una criatura”, y cita a San Pablo fuera de lugar diciendo que Él es el primogénito de todas las criaturas. San Pablo escribió que Jesús es el primogénito de toda criatura, teniendo en cuenta el plan de Dios, Dios lo ha visto por primera vez en su plan de la creación. Ha visto a su Hijo encarnado. Arrio dice “¡No, es indigno de que Dios se haga carne! He encontrado una nueva doctrina de la Palabra es Dios”. Entonces te encuentras con un Concilio, uno de verdad, el de Nicea que sirve para condenar a Arrio y declarar que la Palabra de Dios está en todo igual al Padre, (en un solo Señor Jesucristo, Hijo unigénito de Dios, engendrado por el Padre, de la sustancia del Padre), El Verbo es consubstancial con el Padre, como decimos todos los domingos en el Credo: consubstantialem Patri: La Palabra, Dios y el Hijo es consubstancial al Padre. Juntos forman una sustancia, un solo Dios y esta palabra filosófica en aquél entonces no existía en la Biblia y los Padres del Concilio dudaron en adoptar, ya que venía de la filosofía y del paganismo. Esto podría llevar a pensar en algo completamente descabellado, como el hecho de que Dios el Padre y el Hijo no son más que representaciones de una sola persona. Por lo tanto Dios no es una persona que tome de vez en cuando la máscara del Padre o el Hijo. San Atanasio también tuvo dificultades para tomar la palabra consustancial, pero fue finalmente aprobada, y se aplica el Concilio de Nicea.

Sufriendo y luchando, San Atanasio fue enviado al exilio, se refugió en el desierto, por la fe en la Santísima Trinidad, para defender la igualdad absoluta del Padre y del Hijo, para defender la divinidad de la Palabra de Dios,  -lo que hacemos también queridos fieles-, la lucha contra los herejes arrianos fue sin piedad. San Atanasio era la fuerza que en gran medida ayudó a derrotar a la herejía arriana. Por lo tanto, no hay que parar la pelea que va a durar, en mi opinión, veinte años por la crisis que experimentamos hoy en día, es una grave crisis, una crisis muy larga.

La Historia de la Iglesia nos muestra que todas las grandes crisis han durado setenta años como el arrianismo o el Gran Cisma. Así que probablemente la crisis conciliar podría durar hasta setenta años, así que tenemos que esperar otros treinta años. No llevamos prisa para ganar. Lo conseguiremos, porque Jesús ha dado todo el poder a su Iglesia y lo creemos.

La segunda herejía fue contraída a través de la herejía nestoriana. Nestorio, obispo, patriarca de Constantinopla, declara que el decir «el Verbo se hizo carne», Verbum caro factum est, es un escándalo. “Decir que Dios se une a un cuerpo, es decir, al cuerpo de Jesús es un escándalo. Dios es espíritu puro, no puede unirse a un cuerpo”. “Esta es una filosofía repugnante, y yo, Nestorio, he encontrado otra solución. Jesús, el hombre Jesús, por sus obras merece la divinidad”. Así, Jesús se convirtió en Dios. Entonces Jesús es Dios. Decir que Jesús es Dios es perfectamente correcto. Pero, ¿podemos decir que Nestorio profesaba la fe católica? Él dice que Jesús es Dios, pero ¿cómo? Decimos que Dios fue quien se hizo hombre. “Jesús el hombre, se convirtió en Dios” ¿Quizá sea católica esta afirmación? Por supuesto que no. Es herejía. Por desgracia, eso es lo que un cierto profesor de Ratisbona, hace cuarenta años, enseñó en sus conferencias, diciendo que Jesús iba más lejos fuera de sí mismo, a través de su caridad …, va más allá de sí mismo al unirse a todos, esta es una herejía, que se parecía a la nestoriana. Así que debemos tener cuidado, queridos fieles, a profesar la fe católica como es debido. No basta con decir que Jesús es Dios, debemos afirmar que Dios se encarnó. Dios se hizo hombre. Ese es el misterio de la Encarnación.

Luego estaban los santos como San Cirilo de Alejandría, que luchó contra este error, porque si Jesús no es Dios, entonces es un hombre, por lo tanto la Santísima Virgen dio a luz a un hombre. Sería que la Santísima Virgen no es la Madre de Dios. “Santa María Madre de Dios, ruega Señora por nosotros, no, no puede ser verdad, la Santísima Virgen es Madre de Jesucristo hombre. Afirmar esto se trata de herejía, una ofensa a la Virgen. ¿Cómo negar su maternidad divina? San Cirilo se levantó contra él, y con ella el Concilio de Éfeso, diciendo que la Santísima Virgen es verdaderamente la Madre de Dios que dio a luz a Aquel que es Dios desde toda la eternidad, el Hombre-Dios, Cristo Jesús. María la santísima madre de Dios y hombre, la Madre de Dios, su Hijo es la segunda persona de la Santísima Trinidad, el Hijo de Dios. San Cirilo fue un santo que no dudó en refutar las herejías y por lo tanto, también fue perseguido. Él dijo que él refutó por la fe católica.

Así que vamos a explicar ahora, queridos fieles,  la libertad religiosa, y explicar la fe católica. La libertad religiosa, es la que quiere respetar a todos aquellos que profesan los errores religiosos. Ella -la libertad religiosa- quiere que el Estado deje en libertad de propagar todos los errores, a todas las religiones falsas, en el nombre de la dignidad humana. Nosotros decimos que no. Que Jesucristo debe reinar, que ha de reinar en los corazones y públicamente debe reinar en el estado. El Estado debe ser católico. Nos dirigimos a refutar el error de esta falsa dignidad, la libertad de todas las religiones falsas, que el Estado debe respetar. Esto es imposible y falso. En su lugar, debemos afirmar la verdad, que sólo Cristo tiene el derecho a reinar públicamente y en el Estado. Esto es lo que hacemos, siguiendo el ejemplo de san Cirilo de Alejandría. No creo que por el hecho de que Roma nos ofrece hoy un acuerdo, una posición oficial en la Iglesia, debemos dejar de proclamar estas verdades, evidentemente, más fuerte, y que contradicen al Concilio. No debemos renunciar a la lucha contra el Concilio y sus errores.

El tercer ejemplo que voy a hacer es que la herejía de los Pneumatomachi. Después del Concilio de Éfeso, algunos afirmaron que el Espíritu Santo no es Dios, nuestra tercera herejía: “El Padre es Dios, el Hijo es Dios, pero el Espíritu Santo, no lo es. El Espíritu Santo es una criatura. ¿La prueba? El hecho de que Jesús le envió: “el Paráclito, el Espíritu de la Verdad que le enviaremos cuando estoy con el Padre.” Si Jesús manda a alguien significa que es una criatura. ” Aquí está el error de Pneumatomachi. Por lo tanto, queridos hijos, no es verdad que el Espíritu Santo no es Dios? Espero que estén listos para protestar y profesar su fe. Sí, el Espíritu Santo es Dios, el Padre y el Hijo. Hacemos la señal de la cruz en el nombre del Padre, del Hijo y del Espíritu Santo para demostrar que Dios son las tres personas divinas. “En el nombre del Padre,” sólo hay un nombre, el del Padre, el Hijo y el Espíritu Santo. Un solo Dios en Tres Personas. El Espíritu Santo es Dios. Así que San Basilio de Cesarea en el Ponto, se levantó para protestar contra este error y dijo: “El Espíritu Santo es verdaderamente Dios, debemos adorarlo como el Padre y el Hijo” .Él ha luchado y triunfado sobre este error. La solución de la crisis se dió después de tal vez veinte o treinta años, San Basilio vio que los herejes, Pneumatomachi, se comenzó a convertir, (sería bueno ahora que el Concilio se empiece a convertir, pero no es el caso. Ninguno. Ni Roma, ni las diócesis. Ninguno.) al ver que comenzaron a regresar a la fe católica que no se decidió en insistir, obligándolos a decir que el Espíritu Santo es Dios, porque esto habría dudado de profesar . A continuación, hizo uso de una fórmula más suave, diciendo que el Espíritu Santo es adorado con el Padre y el Hijo, y recibe la misma gloria del Padre y del Hijo: “Debemos adorar al Espíritu Santo como el Padre y el Hijo, tenemos que dar la misma gloria al Espíritu Santo que el Padre y el Hijo. Más sutil, pero que así profesaban la fe católica, sin equívocos. Si vamos a adorar al Espíritu Santo, porque es Dios y si tenemos en la misma gloria al Espíritu Santo que al Padre y el Hijo, es porque el Espíritu Santo es Dios. San Basilio no utilizó palabras ambiguas sobre los herejes, para que volvieran a Iglesia. Exigió que la fe católica fuera profesada, pero con una fórmula más ligera. Hizo uso de la prudencia, cosa muy buena, pero para que profesaran la verdadera fe. Negarse a firmar las cosas ambiguas. Esto es lo que hacemos hoy. Rechazar las fórmulas ambiguas sin dejar de condenar el error y adecuadamente profesar la fe católica. Cuando haya un Concilio dentro de veinticinco años se arrepentirán del Consejo pasado , porque verán que seguir así veremos el desastre en los seminarios, estarán completamente vacíos, las iglesias en ruinas, la apostasía y la inmoralidad en todas partes, entonces querrán hacer penitencia, y reconocer los errores. Cuando de la Iglesia comienzan a mostrar arrepentimiento, podemos utilizar fórmulas para ayudarles a regresar a más moderado, pero no ahora, ya que la crisis actualmente hace estragos en su totalidad. Ahora tenemos que proclamar y condenar los errores del Concilio, especialmente la negación de la realeza de Cristo, el rechazo de Cristo Rey. Así que, queridos fieles, es nuestro plan de batalla. No nos hagamos ilusiones, la crisis está lejos de terminar. Debemos organizarnos y luchar por un largo tiempo para perseverar y continuar profesando la fe católica plenamente, con plena confianza en el poder de nuestro Señor Jesucristo.

“Me dieron todo el poder en el cielo y en la tierra, id por el mundo, predicando la verdad, predicando la Santísima Trinidad, a Cristo Rey, predicando, predicando a Cristo Sumo Sacerdote, también a mi Madre Divina, que tiene todas las gracias, que distribuye todas las gracias. Y gracias a ustedes que va a triunfar sobre mis enemigos, es gracias a ustedes que se formen íntegramente en la fe católica, en mi Iglesia. Confiemos en mi Madre, Virgen Inmaculada, en su fe
”. Que la Virgen Santa nos guarde la fe en su inmaculada santidad.

En el nombre del Padre, del Hijo y del Espíritu Santo, Amén.

Fontes: italiano e español.

terça-feira, 5 de junho de 2012

A Selva - O pecado de escândalo

    Santo Afonso Maria de Ligório
(27/09/1696 - 02/08/1787)
Bispo de Santa Àgata
Confessor
Doutor Zelosíssimo da Igreja
Fundador dos Missionários Redentoristas

A Selva



PRIMEIRA PARTE - MATERIAIS PARA OS SERMÕES


O pecado de escândalo


 Nos tempos antigos, inventou o demônio deuses fantásticos, entregues a todos os vícios, e empenhou todos os meios para os fazer adorar, a fim de que os homens, perdendo até o horror aos crimes de que as divindades lhes davam exemplo, cressem que lhes era permitido pecar à vontade. Assim confessa o pagão Sêneca, nestes termos: “Por estas invenções, chegou-se a destruir nos homens a vergonha de pecar”533.
 Não será fomentar os vícios e atribuí-los aos deuses, e desculpar-se do mal como o exemplo da divindade? 534 Imersos em tal cegueira, os desgraçados pagãos, como se vê no mesmo filósofo, diziam: “O que os deuses fizeram sem vergonha, hão de corar os homens de o fazer?”535
 Ora, o que o demônio conseguiu dos pagãos, por meio dessas falsas divindades, que lhes propunha por modelos, hoje o consegue dos cristãos por meio de padres prevaricadores, cujos escândalos persuadem aos pobres seculares, que lhes é permitido, que lhes é permitido, ou pelo menos que não é grande mal para eles, fazerem o que vêem fazer aos seus pastores; é o que nota S. Gregório536. Colocou Deus os padres na terra para servirem de modelos aos outros, do mesmo modo que o nosso Salvador foi enviado por seu Pai para ser o exemplar de todos: Conforme o meu Pai me enviou, assim eu vos envio a vós537. Por isso S. Jerônimo escrevia a um bispo — que evitasse tudo quanto fosse capaz de induzir a pecado os que quisessem imitá-lo538.
 Não consiste o pecado de escândalo só em aconselhar diretamente o mal aos outros, mas em levar o próximo a pecar, dum modo indireto, pelo exemplo da própria conduta. “Uma palavra ou ação, mais ou menos repreensível, e que é para o próximo ocasião de ruína espiritual”539, dá escândalo. É assim que se define geralmente o escândalo, segundo Santo Tomás.E, para se conhecer quanto é grande a malícia do escândalo, basta recordar o que dele diz S. Paulo: que o que ofende o seu irmão, fazendo-o cair em pecado, ofende o próprio Jesus Cristo540. S. Bernardo dá esta razão: que o escandaloso faz perder a Jesus Cristo as almas, resgatadas a preço do seu sangue; e acrescenta que o Salvador sofre uma perseguição mais cruel da parte dos escandalosos, do que da parte dos algozes que o crucificaram541.
 Mas se o escândalo é tão abominável mesmo nos seculares, quanto mais o não será no padre, que Deus estabeleceu na terra para salvar as almas e conduzi-las o para o céu! O padre é chamado o sal da terra542. É próprio do sal conservar as coisas: assim o padre é destinado a manter as almas na graça de Deus. Em que se tornarão os outros homens, pergunta Sto. Agostinho, se os padres não produzirem sobre eles o efeito do sal? Então, prossegue ele, esse sal só será bom para ser lançado fora da Igreja e calcado aos pés, por todos os transeuntes543. E, se o sal em vez de conservar não fizesse senão corromper, quero dizer, se o padre, em vez de salvar as almas, só trabalha em as perder, que castigo não chama sobre si! Também o padre é luz do mundo544.
 Donde S. João Crisóstomo conclui que o padre deve ter uma vida tão radiante de virtudes, que possa alumiar os outros e servir-lhes de modelo545. Mas se esta luz se muda em trevas, em que se tornará o mundo? Só servirá para precipitar na ruína o mesmo mundo, como diz S.Gregório546. No mesmo sentido escreveu este grande papa aos bispos de França, exortando-os a castigar os padres escandalosos547. É a palavra do profeta Oséias: Tal padre tal povo548. E pela boca de Jeremias se exprime o Senhor assim: Hei de encher de favores a alma dos meus sacerdotes, e o meu povo será enriquecido dos meus benefícios549. Por isso mesmo dizia S.Carlos Borromeu que, se os padres forem ricos e fecundos em virtudes, também ricos serão os povos; mas, se os sacerdotes forem pobres, bem miseráveis serão os povos550.
 Conta Tomás de Cantimpré que um eclesiástico que pregara em Paris, em presença do clero, fôra encarregado pelo demônio de saudar os príncipes da Igreja, e dar-lhe os agradecimentos, da parte dos príncipes do inferno, pelas muitas almas que deixavam perder551. É precisamente do que o Senhor se lamenta pela boca de Jeremias: O meu povo não é mais que um rebanho perdido; os pastores seduziram as suas ovelhas: = Grex perditus factus est populus meus; pastores eorum seduxerunt eos (Jer. 50, 6). É inevitável, diz S. Gregório: quando o pastor caminha para o precipício, as ovelhas vão com ele552. O mau exemplo dos padres, diz também S. Bernardo, necessariamente arrasta o povo à depravação553. Se um leigo, acrescenta ele, se transvia do reto caminho, perder-se-á ele só; mas, se um padre se desgarrar, causará a perdição duma multidão de almas, sobretudo das que lhe estiverem sujeitas554.
 Mandou o Senhor, no Levítico, que se imolasse um novilho pelo pecado dum só sacerdote, como pelos pecados de todo o povo; donde Inocêncio III deduz que o pecado do padre pesa tanto como os pecados de todo o povo, e a razão que dá é que o padre, pecando, arrasta ao pecado todo o povo 555. Foi o que o próprio Deus declarou no Levítico: Se o sacerdote que recebeu a unção santa vier a pecar, fazendo pecar o povo556 ... Assim Sto. Agostinho dizia, dirigindo-se aos padres: Não fecheis o Céu aos fiéis; de fato lho fechais, desde que lhes deis o exemplo duma má vida557. Um dia dizia o Senhor a Sta.Brígida, que os pecadores, à vista dos maus exemplos dos padres, se animavam a praticar o mal, e chegavam até a gloriar-se dos vícios, que antes os faziam corar. Assim, o Senhor ajunta que os padres maus serão carregados de maldições, muito mais terríveis que os outros homens, porque a sua má vida, é a ruína deles e também a dos outros558.
 À vista duma árvore cujas folhas se mostram amarelentas e murchas, diz o autor da Obra imperfeita, logo se compreende que ela sofre nas raízes; do mesmo modo quando se vê um povo corrompido, pode-se concluir, sem receio de proferir um juízo temerário, que é entre os seus sacerdotes que reina o mal559. Com efeito, ajunta ele, a vida dos padres é a raiz que comunica a seiva das virtudes aos fiéis, que são coo os ramos a respeito da árvore. No mesmo sentido, diz Sto. Ambrósio, que os padres são a cabeça, donde os espíritos vitais se difundem em todos os membros, que são os seculares560. E lê-se em Isaías: Toda a cabeça está esvaecida... Da planta dos pés ao alto da cabeça nada há nela de são561. Palavras que Sto. Isidoro aplica assim ao nosso assunto: A cabeça enfraquecida é o doutor que se entrega ao pecado; o seu mal comunica-se ao corpo562. Do mesmo modo lamenta S. Leão esta desordem e diz que não pode haver saúde no corpo quando não a há na cabeça563.
 Santo Ambrósio, servindo-se doutra figura, pergunta: Quem procurará uma fonte de água cristalina no meio de um lamaçal? Por outras palavras, olharia eu como idôneo para me dar conselhos quem não soubesse aconselhar-se a si próprio?564 Diz Plutarco565 que a corrupção dos príncipes é como um veneno lançado, não numa taça, mas numa fonte, onde todos venham colher e beber água que os há de envenenar. O que tem aplicação ainda mais aos padres; por isso Eugênio III disse que os pecados dos inferiores se devem atribuir de preferência aos maus superiores566.
 Aos sacerdotes chama S. Gregório — Patres christianorum567. É o título que lhes dá também S. João Crisóstomo, que afirma que o padre, na sua qualidade de vigário de Deus, é obrigado a tomar cuidado de todos os homens, visto que é pai do mundo inteiro568. Assim como um pai se torna duplamente culpado, quando dá mau exemplo a seus filhos, também o padre dalgum modo comete dois pecados, quando escandaliza os simples fiéis. Que fará o leigo, pergunta Pedro de Blois, senão o que vir fazer ao seu pai espiritual? 569. É precisamente o que S. Jerônimo escrevia a um bispo: Os outros acreditarão que devem fazer quanto virem que vós fazeis570. E, conforme nota S. Cesário, ao seguirem os maus exemplos dos eclesiásticos, os leigos desculpam-se dizendo: Não fazem a mesma coisa os eclesiásticos mais graduados?571 Santo Agostinho põe a mesma linguagem na língua dum homem do mundo: O que é que me mandais? Nem os padres fazem isso, e vós quereis que eu o faça?572 Quando os padres, diz S. Gregório, em vez do bom exemplo, dão escândalo, fazem de algum modo que o pecado deixe de ser aborrecido e inspire horror573.
 Tais sacerdotes pois são ao mesmo tempo pais e parricidas, visto que são a causa da morte de seus filhos. Disto se lamentava S. Gregório: “Vêde donde partem os dardos, que semeiam a morte nas fileiras do povo; — qual causa de tantos males senão os nossos pecados? Sim, damos a morte ao povo, nós que devíamos ser os seus guias nos caminhos da vida574”.Dirão talvez alguns na sua cegueira: Que me importam os pecados dos outros? — Digam lá o que quiserem, mas escutem o que escreveu S.Jerônimo 575: “Se disserdes: ‘Basta-me a minha consciência; não me importo com o que disserem’, escutai o que vos responde o Apóstolo: Devemos aplicar-vos a praticar o bem, não só diante de Deus, mas também diante dos homens576”.
 Nota S. Bernardo que os padres escandalosos dão a morte aos outros, dando-a a si próprios577. E noutra parte acrescenta que não há peste mais funesta aos povos, que a ignorância e a corrupção unidas nos padres 578.Ajunta ainda noutro lugar que muitos padres são católicos na sua pregação, mas hereges nos seus costumes; porque fazem muito maior mal com os seus maus exemplos, que os hereges, ensinando o erro: têm as obras mais força que as palavras579. Segundo Sêneca, para cair no vício, como para chegar à virtude, é longo o caminho do ensino, ao passo que o do exemplo é curto e eficaz580. O que fez dizer a Sto. Agostinho, falando especialmente da castidade dos sacerdotes: A todos é indispensável a castidade, mas especialmente aos ministros do altar de Jesus Cristo, porque a sua vida deve ser uma pregação contínua para os outros581. Como pregar a castidade, quando se é escravo da impudicícia? Tal é a reflexão de S. Pedro Damião582. O estado em que se acha constituído, o hábito que veste, tudo nele diz S. Jerônimo, reclama e exige a santidade583. Que escândalo não será pois na Igreja, segundo nota S. Gregório, ver aquele que é honrado, com um nome e caráter sagrados, dar o exemplo do vício!584 E que desordem ainda mais horrível, acrescenta Sto. Isodoro de Pelusa, ver um sacerdote servir-se da sua dignidade como de uma arma para ofender a Deus!585 Segundo a palavra de Ezequiel, um tal padre torna abominável a nobreza do seu estado586. Diz S.Bernardo que os padres que não dão bom exemplo são a fábula de todo mundo587. É já uma grande desordem que os padres vivam à maneira das pessoas do mundo, observa o autor da Obra imperfeita, mas o que será se sua conduta for pior que a dos mundanos?588
 E que exemplo pode o povo receber de vós, pergunta Sto. Ambrósio, se em vós nota certas ações que o fazem envergonhar, devendo olhar-vos como santos?589
 Lê-se no profeta Oséias: Ouvi isto, ó sacerdotes... visto que se trata de culpa vossa, porque vos tornastes como um laço e uma rede estendida para caçar aves590. Para atrair as aves aos seus laços, serve-se o caçador do chamariz doutras aves, que retém presas no lugar em que preparou as armadilhas.O mesmo faz o demônio: serve-se dos escandalosos para atrair os outros aos seus laços. Desde que uma alma se deixa cair, diz Sto. Efrém, serve-se dela para seduzir outras591. É dos escandalosos que se queixa Senhor pela boca de Jeremias, quando diz: Há no meu povo ímpios que, semelhança do passareiro, armam emboscadas e estendem laços traiçoeiros para caçarem os homens592.
 Mas os que os demônios buscam com mais empenho e escolhem de preferência, para chamariz nesta caça, são os padres escandalosos, diz S. Cesário593, o qual explica como é que os demônios se servem deles: Fazem como os passareiros que, tendo tomado algumas pombas, as tornam cegas e surdas, para que as outras pombas se aproximem delas e caiam nas armadilhas.
 Afirma um autor que antigamente, quando um simples clérigo ia a passar na rua, todos se levantavam, e cada um se recomendava às suas orações.Vê-se o mesmo nos nossos dias? Ai! Devemos exclamar594 Jeremias: Como se obscureceu o ouro, como se embaciou o seu brilho, como se dispersaram as pedras do santuário pelos ângulos de todas as praças? Eis como S. Gregório595 explica toda esta passagem: Está o ouro obscurecido, porque os padres desonram a sua vida com ações baixas: está empanado vivo resplendor do ouro, porque o mais santo dos estados se tornou desprezível, por obras abjectas; dispersaram-se as pedras do santuário pelos ângulos de todas as praças, porque os que deviam passar uma vida toda interior e de oração, só se ocupam de coisas exteriores. Quase não há negócios seculares que não sejam administrados pelos padres.
 Lê-se nos Cânticos: Combateram contra mim os filhos de minha mãe596.Orígines aplica estas palavras aos padres que, por seus escândalos se armam contra a Igreja, sua mãe. Diz S. Jerônimo que a vida criminosa dos padres produz a devastação na Igreja597. E a propósito da lamentação de Ezequias — Eis que no seio da paz a minha amargura é amaríssima598 — S.Bernardo põe na boca da Igreja estas palavras: Tenho a paz do lado dos pagãos, tenho a paz do lados dos hereges, mas em verdade não a tenho da parte dos meus filhos599.
 Não sou hoje perseguida pelos pagãos, não há tiranos; não sou perseguida600 pelos hereges, não há heresias novas; mas sou perseguida pelos meus próprios filhos, pelos sacerdotes, cuja vida desordenada me rouba um grande número de almas! Não, diz S. Gregório, ninguém prejudica tanto a causa de Deus como os padres que, estabelecidos para encaminharem os outros, são os primeiros a dar-lhes maus exemplos 601.Pelos seus maus exemplos, fazem os maus sacerdotes que os povos desprezem o ministério deles, isto é, os sermões, as missas, e todos os ministérios da religião. Por isso o Apóstolo lhes dirige este aviso: Não demos a ninguém ocasião de escândalo, para que não se torne desprezível o nosso ministério; mostremo-nos ao contrário verdadeiros servos de Deus602. Se a lei de Jesus Cristo é desprezada, diz Salviano, a causa disso somos nós, os padres603. S. Bernardino de Sena ajunta que muitos cristãos, à vista dos maus exemplos dos eclesiásticos, chegam a vacilar na fé, e acabam por se abandonar aos vícios, desprezando os sacramentos, o inferno e o Paraíso 604.
 Segundo o autor da Obra imperfeita, quando os infiéis viam os desregramentos dos sacerdotes, diziam que o Deus dos cristãos ou não existia, ou era um deus mau; porque, acrescentavam, se fosse bom, como poderia suportar tais desordens nos seus ministros?605 Na Instrução sobre a missa, mais de espaço nos havemos de referir ao caso de um herege que estava disposto a converter-se: tendo porém visto em Roma um padre a dizer missa com pouco respeito, desistiu de abjurar os seus erros, dizendo que nem o próprio papa tinha fé; de contrário, teria mandado queimar vivos tais padres, desde que os conhecesse.
 Dizia S. Jerônimo que, procurando saber pela história quais os homens que têm difundido na Igreja o veneno das heresias e pervertido os povos, não encontrava outros senão os padres606. Pedro de Blois diz por sua vez: É pela negligência dos padres que as heresias se têm multiplicado... Por causa dos nossos pecados, é que a Igreja tem sido calcada aos pés e caído no desprezo607. E, no sentir de S. Bernardo, mais mal nos fazem os padres escandalosos, que os próprios hereges; porque, afirma ele, está no nosso poder guardarmo-nos dos heréticos, — mas como será possível guardarmonos dos padres, cuja assistência a cada instante nos é necessária? Eis as suas palavras: Uma peste mortal invade hoje todo o corpo da Igreja; e o mal é tanto mais assombroso quanto se mostra geral; é tanto mais funesto quanto procede do interior. Se o inimigo fosse um herege declarado, poderia lançar-se fora; se o inimigo se apresentasse com as armas na mão, poderia a Igreja furtar-se aos seus golpes; mas como lançá-lo fora? Como escapar aos seus golpes? Todos são a um tempo amigos e adversários dela608.
 Ó, que terrível castigo está reservado para os padres escandalosos! Se é ameaçado de grande desgraça todo o homem por quem vem o escândalo 609, que desgraça ainda mais terrível há de estalar sobre aquele que Deus escolheu para ser ministro seu!610 De preferência a tantos outros, o encarregou Deus de lhe granjear frutos, salvando-lhe almas, e ele, por seus maus exemplos, arrebatou almas ao seu divino Mestre! Diz S. Gregório que tais sacerdotes merecem sofrer tantas mortes, quantos os maus exemplos que dão611. Falando dos padres em especial, disse o Senhor a Sta. Brígida: Serão duplamente malditos os que por sua conta se perdem a si próprios e consigo perdem os outros612. São os sacerdotes encarregados da vinha; o Senhor porém expulsa da sua vinha os maus jornaleiros e a confia a outros, que saibam produzir bons frutos613.
 Ai! Que será dos padres escandalosos no dia do juízo? Hei de aparecerlhes como a ursa a que arrebataram os filhos614. Com que furor se não precipita a ursa contra o caçador que vai para lhe arrebatar e matar os filhos! É assim, diz o Senhor, que eu me lançarei contra os sacerdotes que, em vez de me salvarem as almas, as fazem perder. E, se nesse dia terrível cada um há de ter dificuldade em responder por si, pergunta Sto. Agostinho, que será dos padres que hão de dar conta de tantas almas que fizeram perder?615 O autor da Obra imperfeita acrescenta: Quando os padres vivem em pecado, todo o povo se afunda nos vícios; também, ao passo que os outros só prestarão conta dos próprios pecados de todos616. Ó, quantos seculares, quantos pobres camponeses e mulheres humildes, serão no Vale de Josaphat um motivo de confusão para os padres! Acrescenta ainda o autor da Obra imperfeita: No dia do juízo hão de ver se leigos revestidos da túnica da glória destinada aos padres; e alguns padres, por seus pecados, despojados da dignidade sacerdotal e repelidos para o meio dos infiéis e hipócritas617.
 Guardemo-nos pois, ó sacerdotes, ó irmãos meus, de causar por nossos maus exemplos a perda das almas, nós a quem Deus colocou na terra para as salvar. Em ordem à consecução deste fim, evitemos com zelo não só as ações, más em si mesmas, mas até as que tenham aparência de mal, conforme a palavra do Apóstolo: Ab omni specie mala abstinete vos (1. Thess.5, 22). Por esta razão ordenou o concílio de Agda: Ut ancillae a mansione, in qua clericus manet, removeantur (Conc. Agth. c. 11). Ter na própria casa criadas novas, — ainda mesmo que, por impossível, não fossem ocasião de pecado, — seria pelo menos uma aparência de mal, que podia ser motivo de escândalo para os outros.
 Assim o Apóstolo nos adverte que devemos abster-nos até de certas coisas permitidas, com receio de escandalizar os fracos618. Devemos absternos igualmente, com muito cuidado, de repetir certas máximas do mundo, tais como estas: É preciso que não nos deixemos calcar aos pés; é necessário gozar da vida; felizes os ricos; Deus é cheio de misericórdia e compadece-se das nossas fraquezas (falando-se de pecadores, que persistem nas suas desordens). Que escândalo não seria também aplaudir quem pratica o mal, por exemplo: um homem que se vinga, ou que mantém relações perigosas! Louvar os que fazem o mal, diz S. Crisóstomo, é muito pior que praticálo!619 Finalmente, quanto ao passado, quem teve a desgraça de dar algum escândalo, ou qualquer ocasião de pecado, deve saber que está obrigado a repará-lo publicamente por seus bons exemplos.


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Notas:
533. Quibus nihil aliud actum est, quam ut pudor hominibus peccandi demeretur (De Vita beata, c. 26).
534. Quid aliud est vitia incendere, quam auctores illis inscribere deos, dare morbo, exemplo divinitatis, excusatam licentiam? (De Brevit. vitae c. 16).
535. Quod divos decuit, cur mihi turpe putem?
536. Persuadent sibi id licere, quod a suis pastoribus fieri conspiciunt, et ardentius perpetrant.
537. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos (Jo. 20, 21).
538. Cave ne committas quod qui volunt imitari, coguntur delinquere (Ep. ad Heliod.).
539. Dictum vel factum minus rectum, praebens occasionem ruinae (2. 2. q. 43. a. 1).
540. Peccantes autem in fratres, et percutientes conscientiam eorum infirmam, in Christum peccatis (1. Cor. 8, 12).
541. Si (Dominus) proprium sanguinem dedit in pretium redemptionis animarum, non tibi videtur graviorem sustinere persecutionem ab illo qui, scandali occasione, avertit ab eo animas quas redemit, quam a Judaeo, qui sanguinem suum fudit? (In Conv. S. Pauli s. 1).
542. Vos estis sal terrae (Matth. 5, 13).
543. Itaque, si sal infatuatum fuerit, in quo salietur? Qui erunt homines per quos a vobis error auferatur, cum vos elegerit Deus, per quos errorem auferat caeterorum? Ergo ad nihilum valet sal infatuatum, nisi ut mittatur foras, et calcetur ab hominibus (De Serm. Dom. in. monte l. 1. c. 6).
544. Vos estis lux mundi (Matth. 5, 14).
545. Splendore vitae totum illuminantis orbem splendere debet animus Sacerdotis (De Sacerd.l. 6).
546. Laqueus ruinae populi mei, sacerdotes mali (P. 1. c. 2).
547. Ne paucorum facinus multorum possit esse perditio; nam causa sunt ruinae populi sacerdotes mali (Epist. l. 9. ep. 64).
548. Et erit, sicut populus, sic Sacerdos (Os. 4, 9).
549. Et inebriabo animam sacerdotum pinguedine, et populus meus bonis meis adimplebitur (Jer. 31, 14).
550. Si pingues sint sacerdotes, erunt itidem populi pingues; et secus, si illi inanes erunt, magnum populis imminebit paupertatis periculum (IN Synod. dioec. II. orat. 1).
551. Principes tenebrarum principes Ecclesiae salutant. Laeti omnes nos gratias eisdem referimus, quia, per eorum negligentiam, ad nos devolvitur totus fere mundus (De Apib. l. 1. c.20).
552. Unde fit ut, cum pastor per abrupta graditur, ad praecipitium grex sequatur (Past. p. 1. c. 2).
553. Misera eorum conversatio plebis subversio est (In Conv. S. Pauli, s. 1).
554. Si quis de populo deviat, solus perit; ; verum principis error multos involvit, et tantis obest, quantis praeest ipse (Epist. 127).
555. Unde conjicitur quod peccatum sacerdotis totius multitudinis peccato coaequatur, quia sacerdos in suo peccato totam facit delinquere multitudinem (In Consecr. Pont. s. 1).
556. Si sacerdos qui unctus est, peccaverit, delinquere faciens populum (Lev. 4, 3).
557. Nolite eis coelum claudere; clauditis, dum male vivere ostenditis (Ad Frat. in er. s. 36).
558. Viso exemplo pravo sacerdotum, peccator fiduciam peccandi sumit, et incipit de peccato, quod prius reputabat erubescibile gloriari. Ideo ipsis erit amplior maledictio prae aliis, quia se vita sua perdunt e alios (Rev. l 4. c. 132).
559. Vidit arborem pallentibus foliis marcidam, et intellexit agricola quia laesuram in radicibus habet; ita, cum videris populum irreligiosum, sine dubio cognoscis quia sacerdotium ejus non est sanum (Hom. 38).
560. De Dignit sac. c. 5.
561. Omne caput languidum... A planta pedis usque ad verticem, non est in eo sanitas (Is. 1, 5).
562. Caput enin langidum doctor est agens peccatum, cujus malum ad corpus pervenit (Sent. l. 3. c. 38).
563. Totius familiae Domini status et ordo nutabit, si, quod requiritur in corpore, non inveniatur in capite (Epist. 87).
564. Quis enim in coeno fontem requirat?... An vero idoneum eum putabo, qui mihi det consilium, quod non dat sibi? (Officior l. 2. c. 12).
565. Opusc. Max cum princip. philos.
566. Inferiorum culpae ad nullos magis referendae sunt, quam ad desides rectores (S. Bernard. De Consid. l. 3. c. 5).
567. In Evang. hom. 17.
568. Quasi totius orbis pater sacerdos est; dignum igitur est ut omnium curam agat, sicut et Deus, cujus fungitur vice (In 1. Tim. hom. 6).
569. Quid faciet laicus, nisi quod patrem suum spiritualem viderit facientem? (Serm. 57).
570. Quidquid feceris, id sibi omnes faciendum putant (Ep. ad Heliod.).
571. Numquid talia clerici, etiam majoris ordinis, faciunt? (Serm. 15).
572. Quid mihi loqueris? Ipsi clerici non illud faciunt, et me cogis ut faciam (Serm. 137. E. B.).
573. In exemplum culpa vehementer extenditur, quando, pro reverentia Ordinis, peccator honoratur (Past. p. 1. c. 2).
574. Quibus quotidie percussionibus intereat populus videtis; cujus hoc, nisi nostro praecipue, peccato agitur? Nos pereunti populo auctores mortis existimus, qui esse debuimus duces ad vitam (In Evang. hom. 17).
575. De evitando susp. contub.
576. Si dixeris: Et mihi sufficit consciencia mea; non curo quid loquantur homines; — audi Apostolum scribentem: “Providentes bona, non tantum coram Deo, sed etiam coram omnibus hominibus” (Rom. 12, 17).
577. Non parcunt suis, qui non parcunt sibi, perimentes pariter et pereuntes (In Cant. s. 77).
578. Post indoctos praelatos malosque, in Ecclesia, nulla pestis ad nocendum infirmis valentior invenitur (De Ord. vitae c. 1).
579. Multi sunt catholici praedicando, qui haeretici sunt operando: quod haeretici faciebant per prava dogmata, hoc faciunt plures hodie per mala exempla; et tanto graviores sunt haereticis, quanto praevalent opera verbis (S. ad Past. in syn.).
580. Longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla (Epis. 6).
581. Omnibus castitas necessaria est, sed maxime ministris Christi altaris, quorum vita aliorum debet esse assidua salutis praedicatio (Serm. 291. E. B. app.).
582. Qui praedicator constitutus es castitatis, non te pudet servum esse libidinis? (Opusc. 17. c. 3).
583. Clamat vestis clericalis, clamat status professi animi sanctitatem.
584. Nemo amplius in ecclesia nocet, quam qui, perverse agens, nomen vel ordinem sanctitatis habet (Past. p. 1. c. 2).
585. Sacerdotii dignitate velut armis ad vitium abuti! (Ep l. 2. ep. 162).
586. Abominabilem fecisti decorem tuum (Ezech. 16, 25).
587. Aut caeteris honestiores, aut fabula omnibus sunt (De Consid. l. 4. c. 6).
588. Quomodo non sit confusio esse sacerdotes inferiores laicis, quos etiam esse aequales magna confusio est? (Hom. 40).
589. Si, quae in se erubescit, in te, quem reverendum arbitratur, offendat? (Epist. 6).
590. Audite hoc, sacerdotes, ... quia vobis judicium est, quoniam laqueus facti estis speculationi, et rete expansum (Ose. 5, 1).
591. Cum primum capta fuerit anima, ad alias decipiendas fit laqueus (De recta viv. rat. c. 22).
592. Quia inventi sunt in populo meo impii insidiantes quasi aucupes, laqueos ponentes et pedicas ad capiendos viros (Jer. 5, 26).
593. Quomodo aucupes facere solent, qui columbas, quas prius ceperint, excaecant et surdas faciunt, ut, dum ad illas reliquae columbae convenerint, praeparatis retibus capiantur (Hom. 35).
594. Quomodo obscuratum est aurum, mutatus est color optimus, dispersi sunt lapides sanctuarii in capite omnium platearum (Thren. 4, 1).
595. Aurum quippe obscuratum est, quia sacerdotum vita, per actiones infimas, ostenditur reproba; color optimus est mutatus, quia ille sanctitatis habitus, per abjecta opera, ad ignominiam despectionis venit; dispersi sunt lapides sanctuarii in capite omnium platearum, quia hi qui, per vitam et orationem, intus semper esse debuerant, foris vacant. Ecce jam pene nulla est saeculi actio, quam non sacerdotes administrent! (In Evang. hom. 17).
596. Filii matris meae pugnaverunt contra me (Cant. 1, 5).
597. Propter vitia sacerdotum Dei, sanctuarium destitutum est (Epist. ad Sabiniam).
598. Ecce in pace amaritudo mea amarissima (Is. 38, 17).
599. Pax a paganis, pax ab haereticis, sed non profecto a filiis (In Cant. s. 33).
600. É uma passagem repetida, como muitas outras, mas nem por isso perde da sua força.
601. Nullum, puto, ab aliis majus praejudicium, quam a sacerdotibus tolerat Deus, quando eos, quos ad aliorum correctionem posuit, dare de se exempla pravitatis cernit (In Evang.hom. 17).
602. Neminem dantes ullam offensionem, ut non vituperetur ministerium nostrum; sed in omnibus exhibeamus nos metipsos sicut Dei ministros (2. Cor. 6, 3).
603. In nobis lex christiana maledicitur.
604. Plurimi, considerantes, cleri sceleratam vitam, ex hoc vacillantes, imo multoties deficientes in fide, sacramenta despiciunt, vitia non evitant, non horrent inferos, coelestia minime concupiscunt (T. 1. s. 19. a. 2. c. 1).
605. Qualis est eorum Deus, qui talia agunt? numquid sustineret eos talia facientes, nisi consentiret eorum operibus? (Hom. 10).
606. Veteres scrutans historias, invenire non possum scindisse Ecclesiam, et populos seduxisse, praeter eos qui sacerdotes positi a Deo fuerunt (In Oseam. c. 9).
607. Propter negligentiam sacerdotum haereses pullularunt... Propter peccata nostra (sacerdotum) data est in conculcationem et opprobrium santa Ecclesia Christi (Serm. 60).
608. Serpit hodie putida tabes per omne corpus Ecclesiae, et quo latius, eo desperatius, eoque periculosius quo interius: nam, si insurgeret apertus, inimicus haereticus mitteretur foras; si violentus inimicus, absconderet se ab eo; nunc vero, quem ejiciet, aut a quo abscondet se? Omnes necessarii, et omnes adversarii (In Cant. s. 33).
609. Vae homini illi per quem scandalum venit (Matth. 18, 7).
610. Elegit eum ex omni carne! (Eccli. 45, 4).
611. Si perversa perpetrant, tot mortibus digni sunt, quot subditos suos perditionis exempla transmittunt (Past. p. 3. c. 1. adm. 5).
612. Ipsis erit amplior maledictio, quia se vita sua perdunt, et alios (Revel. l. 4. c. 132).
613. Malos male perdet, et vineam suam locabit aliis agricolis, qui reddant ei fructum temporibus suis (Matth 21, 41).
614. Occuram eis quasi ursa, raptis catulis (Os. 13, 8).
615. Si pro se unusquisque vix poterit in die judicii rationem reddere, quid de sacerdotibus futurum est, a quibus sunt omnium animae requirendae? (Serm. 287. E. B. app.).
616. Si sacerdotes fuerint in peccatis, totus populus convertitur ad peccandum; ideo unusquisque pro suo peccato reddet rationem, sacerdotes autem pro omnium peccatis (Hom. 38).
617. Laicus in die judicii, stolam sacerdotalem accipiet, sacerdos autem peccator spoliabitur sacerdotii dignitate quam habuit, et erit inter infideles et hypocritas (Hom. 40).
618. Ne forte... offendiculum fiat infirmis? (1. Cor. 8, 9).
619. Longe pejus est, collaudare delinquentes, quam delinquere (De Sant. et David. hom. 2).


Fonte: Volta para Casa
PDF do livro: www.redemptor.com.br
CONTINUA...

sexta-feira, 1 de junho de 2012

A Selva - A missa sacrílega

   Santo Afonso Maria de Ligório
(27/09/1696 - 02/08/1787)
Bispo de Santa Àgata
Confessor
Doutor Zelosíssimo da Igreja
Fundador dos Missionários Redentoristas

A Selva



PRIMEIRA PARTE - MATERIAIS PARA OS SERMÕES


A missa sacrílega

I - Pureza exigida no padre para celebrar dignamente

 Lê-se no Concílio de Trento: Devemos reconhecer que entre todas as obras, ao alcance dos fiéis, nenhuma há mais santa que este mistério terrível 465.Nem o próprio Deus pode fazer que haja no mundo uma ação maior e mais santa que a celebração duma missa. Ó, quanto mais excelente que todos os sacrifícios antigos o sacrifício dos nossos altares, em que a vítima oferecida não é já um touro ou um cordeiro, mas o próprio Filho de Deus!Para a vítima, o judeu tinha um boi, escreve S. Pedro de Cluny; o cristão tem Jesus Cristo; tanto este último sacrifício excede o primeiro, como Jesus Cristo excede a um boi466. Depois ajunta que uma vítima servil era a única que convinha a servos, ao passo que aos amigos e aos filhos estava reservado o próprio Jesus Cristo, como vítima que nos libertou do pecado e da morte eterna. Tem pois razão S. Lourenço Justiniano em dizer que não há oferenda nem maior em si mesma, nem mais útil aos homens, nem mais agradável a Deus, que a que se faz no sacrifício da missa467.
 Assim, S. João Crisóstomo assegura que, durante a celebração da missa, está o altar cercado de anjos, reunidos para honrarem a Jesus Cristo, que é a Vítima oferecida neste augusto sacrifício468. Que fiel poderá duvidar, pergunta por sua vez S. Gregório, que no momento do sacrifício o Céu se não abra à voz do padre e numerosos coros de anjos não estejam presentes a este mistério em que Jesus Cristo se imola?469 E Sto. Agostinho acrescenta que os anjos se conchegam a rodear o sacerdote como servos, para o ajudarem nas suas funções 470.
 Falando deste grande sacrifício do Corpo e Sangue de Jesus Cristo, o Concílio de Trento nos ensina que é o próprio Salvador que aí se oferece a seu Pai, mas pelas mãos do sacerdote, que escolheu para seu ministro, encarregado de o representar ao altar471. E S. Cipriano tinha dito antes: O padre ao altar ocupa o lugar de Jesus Cristo472. É por isso que, ao consagrar, o padre se exprime assim: Isto é o meu corpo; este é o cálice do meu sangue.E o próprio Jesus Cristo disse a seus discípulos: Quem vos ouve, a mim ouve; quem vos despreza, a mim desprezas 473.
 Ora, mesmo aos antigos Levitas exigia o Senhor que fossem puros, só porque tinham por dever transportar os vasos sagrados: Purificai-vos, vós que levais os vasos do Senhor474. Sobre o que Pedro de Blois faz esta reflexão: Quanto mais puros devem ser os que trazem Jesus Cristo nas suas mãos e nos seus corações?475 E com quanta mais razão exigirá o Senhor a pureza dos padres da Lei nova, encarregados de representar ao altar a pessoa de Jesus Cristo, para oferecerem ao Padre eterno o seu próprio Filho! Tem pois justo motivo o Concílio de Trento, para querer que os padres celebrem este augusto sacrifício com a máxima pureza de consciência possível 476.
 E é o que significa, nota o abade Rupert, a brancura da alba, de que a Igreja quer que o sacerdote se revista e cubra da cabeça aos pés, quando celebrar os divinos mistérios477. É muito justo que o sacerdote honre a Deus com a inocência da sua vida, visto que Deus tanto o há honrado, elevando-o acima de todos os outros homens, e fazendo-o ministro seu, neste mistério sublime, como dizia S. Francisco de Assis478. Mas como deve o padre honrar a Deus? Será porventura trajando ricos vestidos, anafando a cabeleira com arte, ostentando punhos elegantes? Não, responde S. Bernardo, é por uma vida irrepreensível, pelo estudo das ciências sagradas, e pelos trabalhos que empreender para glória de Deus 479.

II - Quanto é enorme o crime do padre que celebra em estado de pecado mortal

 Que faz então o padre que celebra, em pecado mortal? Acaso honra ele a Deus? Ai, muito ao contrário! Comete contra ele o maior ultraje de que é capaz; despreza-o na sua própria pessoa, porque pelo sacrilégio parece fazer quanto de si depende para manchar o Cordeiro imaculado, que oferece sob as espécies sacramentais! Eis o que diz o Senhor: Escutai, ó sacerdotes que desprezais o meu nome... Ofereceis sobre o meu altar um pão manchado e dizeis: Em que é que te desonramos?480 S. Jerônimo comenta assim esta passagem: Manchamos o pão, isto é, o corpo de Cristo, quando nos aproximamos indignamente do altar.
 Não podia Deus elevar um homem a uma dignidade mais sublime, que à dignidade sacerdotal. Que escolha teve de fazer o Senhor para formar um padre! Primeiro, teve de escolhê-lo na multidão inumerável das criaturas possíveis; depois teve de separá-lo de tantos milhões de pagãos e hereges; e por último teve de tirá-lo do meio de tantos simples fiéis. Depois disto, que poder lhe não foi dado! Se Deus tivesse concedido a um só homem o poder de fazer descer à terra por suas palavras o próprio Jesus Cristo, quanto não estaria obrigado para com o Senhor esse homem tão privilegiado, e quantas ações de graças não teria de lhe render! Pois bem, esse poder concede-o Deus a cada um dos padres481.
 Nada importa que o mesmo poder tenha sido confiado a muitos: o número dos padres, nem apouca a sua dignidade, nem diminui as suas obrigações. Mas, grande Deus! Que faz um padre que ousa celebrar com o pecado na sua alma? Desonra-nos, despreza-vos, declarando por isso mesmo que este sacrifício não é tão digno dos nossos respeitos, que devamos temer profaná-lo por um sacrilégio! Aproximar-se alguém do altar, sem o respeito que lhe é devido, diz S. Cirilo de Alexandria, é mostrar que o julga digno de desprezo482.
 A mão que toca a carne sagrada de Jesus Cristo, a língua que se tinge do sangue divino, diz S. João Crisóstomo, deveriam ser mais puras que os raios do sol483. Noutro lugar, ajunta que um padre que sobe ao altar deveria ser bastante puro e santo para merecer um lugar entre os anjos484. Que horror pois para os anjos verem um padre, inimigo de Deus, levar uma mão sacrílega para o Cordeiro sem mancha, e fazê-lo seu alimento! Onde se encontraria um homem tão ímpio, exclama Sto. Agostinho, que ousasse tocar o Santíssimo com as mãos enlameadas?485 Muito pior faz o padre que celebra missa com a consciência manchada. Deus então desvia os olhos, para não ver um atentado tão horrível: Quando estenderdes as vossas mãos, afastarei de vós os meus olhos486.
 E, para exprimir o desgosto que lhe causam esses padres sacrílegos, declara que lhes dá de atirar à cara a imundícia dos seus sacrifícios487. Como ensina o Concílio de Trento, é verdade que o santo sacrifício não pode ser manchado pela malícia do padre488. No entanto os sacerdotes, que celebram em estado de pecado mortal, não deixam de profanar, quanto podem, este adorável mistério; por isso declara Deus que as manchas deles o atingem dalgum modo489.
 Ai, Senhor, exclama S. Bernardo, como é possível que os chefes da vossa Igreja sejam os primeiros a perseguir-vos?490 É bem verdade, segundo S. Cipriano, que o padre, que celebra em estado de pecado mortal, ultraja com a sua boca e com as suas mãos o próprio corpo de Jesus Cristo491.Pedro Comestor ajunta que, quando um padre fora da graça de Deus pronuncia as palavras da consagração, escarra por assim dizer no rosto de Jesus Cristo, e quando recebe na sua boca indigna o corpo adorável do Salvador, é como se o lançasse na lama492. Mas, que digo, na lama? O padre no estado do pecado é pior que a lama: a lama, diz Teofilato, é muito menos indigna de receber essa carne divina, do que um padre sacrílego493. Segundo S. Vicente Ferrer, esse miserável comete então muito maior crime do que se atirasse o Santíssima a uma sentina494. E tal é também o sentir de S. Tomás de Vilanova: Que abominação, exclamava ele, derramar o sangue de Cristo na sentina infecta do seu coração! 495
 O pecado do padre é sempre gravíssimo, em razão da injúria que ele faz a Deus, que se dignou escolhê-lo para seu ministro e cumulá-lo de tantas graças. Observa S. Pedro Damião496 que uma coisa é transgredir as leis do príncipe, e outra feri-lo com as suas próprias mãos, como faz o padre, quando celebra em estado de pecado mortal. Tal foi o crime dos judeus que ousaram levantar as mãos contra a pessoa de Jesus Cristo; mas, segundo Sto. Agostinho, o pecado dos sacerdotes que celebram indignamente é muito mais grave ainda 497.
 Os judeus não conheciam o Redentor como o conhecem os padres. E de mais, diz Tertuliano, os judeus só uma vez levantaram as mãos contra Jesus Cristo, ao passo que os padres sacrílegos têm a audácia de renovar com freqüência esta injúria498.
 Notai além disto, como ensinam os doutores, que o sacerdote sacrílego ao celebrar comete quatro pecados mortais:
   1º. consagra em estado de pecado;
   2º. comunga em estado de pecado;
   3º. administra o Sacramento em estado de pecado;
   4º. ministrando-o a si próprio, administra-o a um indigno, isto que se encontra em estado de pecado499.
 Era o que inflamava em zelo S. Jerônimo e o fazia estuar de indignação contra o diácono Sabiniano. Miserável, exclamava! Como não se cobriram de trevas os vossos olhos, como não se vos gelou a língua na boca, como vos atrevestes a assistir no altar em estado de pecado?500 Dizia S. João Crisóstomo que o padre, que se aproxima do altar com a consciência manchada de falta grave, é muito pior que o demônio501. Com efeito, os demônios tremem na presença de Jesus Cristo, como o prova uma passagem que lemos na vida de Santa Teresa. Indo ela um dia comungar, percebeu aos dois lados do padre, que celebrava em pecado, dois demônios, que tremiam à vista do Santíssimo, e pareciam querer fugir. Então, do meio da hóstia consagrada, Jesus dirigiu à Santa estas palavras: “Vê que força têm as palavras da consagração, e vê também, ó Teresa, até onde vai a minha bondade, que, para teu bem e de todos, consinto em me pôr nas mãos do meu inimigo”502.
 Assim os demônios tremem à vista de Jesus Cristo no Santíssimo Sacramento, ao passo que o padre sacrílego, não só não treme, mas tem a audácia de calcar aos pés, segundo a expressão de S. João Crisóstomo, a própria pessoa do Filho de Deus503. Verificam-se então as palavras do Apóstolo: Quanto mais digno de castigo deveis crer aquele que calca aos pés o Filho de Deus, e trata como uma coisa impura o sangue da aliança, pelo qual foi santificado?503. Em presença pois deste Deus, a cuja vista, diz Jó, tremem as colunas do céu504, um verme da terra ousa calcar aos pés o sangue do Filho de Deus!
 Mas, ai! Que maior desgraça pode acontecer a um padre, do que mudar a sua salvação em condenação, o sacrifício em sacrilégio, e a sua vida em morte? Sem dúvida foram muito ímpios os judeus, que atravessaram o lado de Jesus Cristo, para dele fazerem sair o seu precioso sangue; mas ainda mais ímpio é o padre, que tira do cálice este mesmo sangue, para o tratar dum modo tão indigno! Tal é o pensamento de Pedro de Blois: = Quam perditus ergo est, qui redemptionem in perditionem, qui sacrificium in sacrilegium, qui vitam convertit in mortem! Verbum beati Heronymi est: “Perfidus Judaeus, perfidus Christianus, ille de latere, iste de calice sanguinem Christi fundit”! ( Epist. 123). O próprio Senhor dizia um dia a Santa Brígida, lamentando-se destes padres sacrílegos: Eles me crucificam mais cruelmente do que o fizeram os judeus505. O padre que celebra em estado de pecado, diz um autor, chega por assim dizer a matar o próprio Filho de Deus, sob os olhos de seu Pai506.
 Ó, que horrível traição! Eis como Jesus Cristo se lamenta do padre sacrílego, pela boca de Davi: Se o meu inimigo me tivesse execrado, tê-lo-ia sofrido; mas tu, meu amigo íntimo, e um dos chefes do meu povo, tu que partilhavas das delícias da minha mesa...!507 Tal é, feição por feição, o padre que diz a missa em pecado mortal: Se o meu inimigo me tivesse ultrajado, diz o Senhor, eu o teria sofrido com menor pena; mas tu, a quem escolhi para meu ministro, para seres o príncipe do meu povo; tu, venderes-me ao demônio por um capricho, por um prazer brutal, por um pouco de lodo!
 Foi o que o divino Mestre declarou mais particularmente a Sta. Brígida: Padres tais não são sacerdotes meus, são antes traidores, porque me vendem como Judas508. Aos olhos de S. Bernardino de Sena, são estes sacerdotes ainda piores que Judas: com efeito Judas entregou o Salvador aos judeus, mas eles entregam-no aos demônios, lançando-o num lugar submetido ao seu poder, no seio dum padre sacrílego509. Pedro Comestor faz esta reflexão: Quando o padre sacrílego sobe ao altar, recita a oração Aufer a nobis, e beija o altar, parece que Jesus Cristo lhe censura o seu crime e lhe diz: Ó Judas! É com um ósculo que me entregas?510 E, quando depois esse padre estende a mão para comungar, observa S. Gregório, parece-me ouvir o Redentor a dizer como outrora a respeito de Judas: Eis comigo sobre o altar a mão que me entrega!511 Foi o que fez dizer a Sto. Isidoro de Pelusa que “o padre sacrílego se encontra, como Judas, possesso do demônio”512.
 Ó, como então o sangue de Jesus Cristo, assim profanado, grita contra este padre indigno, ainda em mais altas vozes que o sangue do inocente Abel contra Caim! Foi o que o Salvador disse a Sta. Brígida513. Ó, que horror causa a Deus e aos anjos uma missa celebrada em pecado mortal! Fê-lo o Senhor compreender um dia, em 1688, à sua fiel serva, a irmã Maria-Crucificada, de Palma, na Sicília, conforme se lê na sua vida.
 Ouviu primeiro o retinir lúgubre duma trombeta, que com o estampido do trovão fazia ouvir, em todo o mundo estas palavras: Ultio, poena, dolor! Viu depois uma multidão de eclesiásticos sacrílegos, cujas vozes confusas formavam uma salmódia discordante. A seguir, um dentre eles se ergueu para dizer missa. Enquanto ele se revestia dos ornamentos sagrados, a igreja se cobriu de trevas e luto. Aproxima-se do altar e diz: Introibo ad altare Dei; neste instante, de novo retine a trombeta e repete: Ultio, poena, dolor! De repente — sinal visível da justa cólera do Senhor contra o ministro indigno, — turbilhões de chamas se elevam e cintilam em volta do altar. Ao mesmo tempo a religiosa distingue uma legião de anjos, armados de espadas ameaçadoras, como para tirarem vingança do sacrilégio que se vai cometer.
 Quando o monstro se prepara, para o grande ato da consagração, uma multidão de serpentes saltam do meio das chamas, para o expulsarem do altar, — símbolo dos temores e remorsos da consciência. É em vão, o sacrílego sacrifica todos os remorsos à sua própria reputação. Pronuncia enfim as palavras da consagração; então a serva de Deus observa um tremor universal, que parece abalar o céu, a terra e o inferno.
 Depois da consagração a cena muda: Jesus Cristo aparece como um doce cordeiro, que se deixa maltratar entre as garras desse lobo cruel.No momento da comunhão, o céu obscurece-se, e todo se abala de novo, a ponto de parecer que a igreja desaba. Os anjos choram amargamente em redor do altar; mas ainda mais amargas são as lágrimas, que inundam o rosto da Mãe de Deus; geme ela sobre a morte de seu Filho inocente, e sobre a perda dum filho culpado.
 Depois duma visão tão terrível, permaneceu a serva de Deus de tal modo aterrada e abatida pela dor, que não pôde fazer outra coisa senão chorar. O autor da sua Vida nota que foi precisamente no mesmo ano de 1688 que se deu o grande terremoto, que tantos estragos fez na cidade de Nápoles e seus contornos, donde se pode concluir que tal castigo foi efeito da celebração desta missa sacrílega.
 Haverá no mundo crime mais horrível do que o dessa língua, que faz descer do Céu à terra o Filho de Deus, e ousa depois carregá-lo de ultrajes no mesmo instante em que o chama? Que coisa mais espantosa que ver essas mãos, que se banham no sangue de Jesus Cristo, mancharem-se ao mesmo tempo no sangue impuro do pecado, segundo a expressão de Sto.Agostinho!514 Pelo menos, exclama S. Bernardo, dirigindo-se ao padre sacrílego, pelo menos, ó miserável, quando quiseres levar as tuas culpas até o extremo, procura outra língua diferente da que se banha com o sangue de Jesus Cristo, e outras mãos que não sejam as que tocam a sua carne sagrada515.Se tais padres, — dispostos a comportar-se como inimigos de Deus, que os elevou a tão altas funções, — se abstivessem ao menos de sacrificar indignamente no altar! Mas não, diz S. Boaventura, para não perderem o salário miserável duma missa, uma vil moeda, ousam cometer um crime tão horrível516. Como assim! Para falar segundo a linguagem de Jeremias, pensais então que a carne de Jesus Cristo, que ides oferecer, vos há de livrar das vossas iniqüidades?517 Não; o contato desse corpo adorável, sobre o qual vos atreveis a estender uma mão conspurcada pelo pecado, servira para vos tornar mais culpado ainda e digno de maior castigo. Quando se comete um crime, diz S. Pedro Crisólogo, na presença do próprio juiz, nenhuma desculpa se pode invocar518.
 Que castigo não merece sobretudo um padre que, em vez de levar consigo ao altar o fogo do amor divino, intromete lá as chamas infectas de afeições impuras! É do que nos adverte S. Pedro Damião, ao considerar o castigo dos filhos de Aarão519 que no sacrifício se serviram dum fogo estranho520.Quem tiver uma tal audácia, ajunta ele, infalivelmente será consumido pelo fogo da vingança divina521. Que Deus nos guarde pois, diz ele ainda, de virmos adorar no altar o ídolo da impureza, e colocar o Filho da Virgem no templo de Vênus, isto é, num coração impudíco522. Se aquele homem do Evangelho, continua o mesmo Santo, por se ter apresentado no festim sem a veste nupcial, foi condenado às trevas eternas, — que castigo bem mais terrível está reservado para quem, admitido à sagrada mesa, não só não se encontra preparado com o vestido conveniente, mas até exala o cheiro infecto da impudicícia?523
 Desgraçado, exclama S. Bernardo, o que se afasta de Deus, mas muito mais desgraçado o padre, que se aproxima do altar com a consciência manchada524.Falando um dia o Senhor a Sta. Brígida a respeito de um padre sacrílego, disse-lhe que entrava na alma dele como Esposo, com desejo de o santificar, mas pouco depois se via obrigado a sair como Juiz, para castigar a injúria que lhe fazia este ministro indigno, recebendo-o em estado de pecado mortal525.
 Mas, se o horror do ultraje, ou para melhor dizer, dos numerosos ultrajes que faz a Deus uma missa sacrílega, não pode impedir esses padres culpados de celebrarem em estado de pecado mortal, deveriam eles ao menos tremer com o pensamento do grande castigo, que lhes está preparado. Segundo S. Tomás de Vilanova, não há castigo bastante rigoroso para punir um tal crime como ele merece: = Vae sacrilegis manibus, vae immundis pectoribus impiorum Sacerdotum! Omne supplicium minus est fragitio quo Christus contemnitur in hoc sacrificio526. O Senhor disse a Sta. Brígida que tais padres são amaldiçoados por todas as criaturas no Céu e na terra527.
 Como noutra parte dissemos, o padre é um vaso consagrado a Deus; portanto, assim como Baltasar foi punido por ter profanado os vasos do Templo, do mesmo modo, diz Pedro de Blois, será punido o sacerdote, que celebra indignamente. Já uma mão misteriosa se prepara para traçar estas palavras terríveis: Máne, Thécel, Farés. Numeratum, Appensum, Divisum528.Numeratum, quer dizer, um só sacrilégio basta para suspender a torrente das graças divinas; Appensum, é bastante para fazer pender a balança da justiça divina, e decidir a ruína eterna do padre culpado; Divisum, Deus, irritado por um crime tão atroz, o repelirá e afastará para sempre.
 É assim que se há de cumprir a palavra de Davi: Torne-se em ruína sua a mesa posta diante deles529. Sim, o altar há de tornar-se para este desgraçado o lugar do seu suplício; ali será carregado com as cadeias que hão de retê-lo para sempre escravo do demônio, fazendo-o perseverar no mal; porque, segundo S. Lourenço Justiniano, todos os que comungam em pecado mortal permanecem mais obstinados na sua malícia530. Isto está de acordo com o que o Apóstolo declarou: O que come e bebe indignamente, come e bebe a sua própria condenação531. Ó padre do Senhor, exclama sobre este ponto S. Pedro Damião, vós, que deveis oferecer em sacrifício ao Padre eterno o seu próprio Filho, não vades primeiro dar-vos como vítima ao demônio! 532.


 
Notas:
465. Necessario fatemur nullum aliud opus adeo sanctum a Christi fidelibus tractari posse, quam hoc tremendum mysterium (Sess. 22, Decret. de observ. in Missa).
466. Habuit bovem Judaeus, habet Christum christianus, cujus sacrificium tanto excellentius est, quanto Christus bove major est. — Congrua tunc fuit servilis hostia servis; servata est liberatrix victima jam filiis et amicis (Epist. contra Petrobr.).
467. Qua oblatione nulla major, nulla utilior, nullaque oculis Divinae Majestatis est gratior (Serm. de Euchar.).
468. Locus altari vicinus plenus est angelorum choris, in honorem illius qui immolatur (De Sacerd. 1. 6).
469. Quis fidelium habere dubium possit, in ipsa immolationis hora, ad sacerdotis vocem coelos aperiri, et in illo Jesu Christi mysterio angelorum choros adesse? (Dial. l. 4. c. 58).
470. Sacerdos enim hoc ineffabile conficit mysterium, et angeli conficienti sibi quasi famuli assistunt (Molina, Instr. Sac. tr. 1. c. 5. § 2).
471. Idem nunc offerens sacerdotum ministerio, qui seipsum tunc in cruce obtulit (Sess. 22, cap. 2).
472. Sacerdos vice Christi vere fungitur (Epist. 62).
473. Luc. 10, 16.
474. Mundamini, qui fertis vasa Domini (Is. 52, 11).
475. Quanto mundiores esse oportet, qui in manibus et in corpore portant Christum! (Epist. 123).
476. Satis apparet omnem operam et diligentiam in eo ponendam esse, in quanta maxima fieri potest interiori cordis munditia peragatur (Sess. 22. Decret. de observ. in Missa).
477. Candorem significat vitae innocentis, quae a sacerdote debet incipere.
478. Videte dignitatem vestram, sacerdotes; et sicut super omnes, propter hoc mysterium, honoravit vos Dominus, ita et vos diligite eum et honorate (Op. p. 1. ep. 12).
479. Honorificabitis autem, non cultu vestium, sed ornatis moribus, studiis spiritualibus, operibus bonis (De Mor. et Off. Episc. c. 2).
480. Ad vos, o sacerdotes, qui despicitis nomen meum...! Offertis super altare meum panem pollutum, et dicitis: In quo polluimus te (Mal. 1, 6).
481. De stercore erigens pauperem, ut collocet eum cum principibus populi sui.
482. Qui non adhibet honorem quem debet altari sancto, factis testatur illud esse contemptibile (Molina, Inst. Sacerd. tr. 2. c. 18. § 1).
483. Quo igitur solari radio non puriorem esse oportet manum carnem hanc dividentem, linguam quae tremendo nimis sanguine rubescit? (Ad pop. Ant. hom. 60).
484. Nonne accedentem ad altare sacerdotem sic purum esse oportet, ut, si in ipsis coelis esset collocatus, inter coelestes illas virtutes medius staret? (De Sacerdot. l. 3).
485. Quis adeo impius erit, qui lutosis manibus sacratissimum sacramentum tractare praesumat?
486. Cum extenderitis manus vestras, avertam oculos meos a vobis (Is. 1, 15).
487. Dispergam super vultum vestrum stecus solemnitatum vestrarum (Mal. 2, 3).
488. Haec quidem illa munda oblatio est, quae nulla malitia offerentium inquinari potest (Sess. 22. cap. 1).
489. Comquinabar in medio eorum (Ezech. 22, 26).
490. Heu, Domine Deus, quia ipsi sunt in persecutione tua primi qui videntur in Ecclesia tua gerere principatum! (In Convers. S. Pauli, s. 1).
491. Vis infertur corpori Domini; in Dominum manibus atque ore delinquunt (Serm. de Lapsis).
492. Qui sacra illius verba Sacramenti ore immundo profert, in faciem Salvatoris spuit; et cum in os immundum sanctissimam carnem ponit, eum quasi in lutum projicit (Serm. 38).
493. Lutum non adeo indignum est corpore divino, quam indigna est carnis tuae impuritas (In Hebr. 10, 16).
494. Majus peccatum, quam si projiceret corpus Christi in cloacam.
495. Quantum flagitium sit in spurcissimam pectoris tui cloacam Christi sanguinem fundere? (De sacram. alt. conc. 3).
496. Aliud est promulgata edicta negligere, aliud ipsum regem vibrato propriae manus jaculo sauciare. Deterius nemo peccat, quam sacerdos qui indigne sacrificat... (Opusc. 26. c. 2).
497. Minus peccaverunt Judaei crucifigentes in terra deambulantem quam qui contemnunt in coelo sedentem (In Ps. 68. s. 2).
498. Semel Judaei Christo manus intulerunt; isti quotidie corpus ejus lacessunt. O manus praecidendae! (De idol.)
499. Veja-se a nossa Teologia moral, l. 6. n. 35. v. Hinc dicimus.
500. Miser! nonne caligaverunt oculi tui, lingua torpuit, conciderunt brachia? (Epist. ad Sabian.).
501. Muito daemonio pejor est, qui, peccati conscius, accedit ad altare (In Matth. hom. 83).
502. Vida, cap. 38.
503. Quando qui particeps est cum ipso in mysteriis, peccatum committit, nonne eum conculcat? (In Hebr. hom. 20).
504. Columnae coeli contremiscunt (Jo. 26, 11).
505. Corpus meum amarius crucifigunt, quam Judaei (Brev. l. 4. c. 133).
506. Ne, si peccatis obnoxii offerunt, eorum oblatio sit quasi qui victimat Filium in conspectu Patris (Durant. De Rit. Eccl. l. 2. c. 42, § 4).
507. Quoniam, si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique... tu vero, homo unanimis, dux meus et notus meus, qui simul mecum dulces capiebas cibos (Ps. 54, 13).
508. Tales sacerdotes non sunt mei sacerdotes, sed veri proditores; ipsi enim et me vendunt quasi Judas (Rev. l. 1 c. 47).
509. Juda traditore deteriores effecti, eo quod, sicut ille tradidit Jesum Judaeis, sic isti tradunt diabolis, eo quod illum ponunt in loco sub potestate diaboli constituto (T. il. s. 55. a. 1. c. 3).
510. Nonne Christus potest stare, et dicere: Juda! tradis osculo Filium hominis? (Serm. 42).
511. Qui Christi corpus indigne conficit, Christum tradit, ut Christus, dum traditur dicat: Ecce manus tradentis me mecum est in mensa (P. de Blois, Epist. 123).
512. In eis qui peccant, nec sancta mysteria contingere veruntur, totus daemon se insinuat; quod etiam in proditore quoque fecit (Epist. l. 3. ep. 364).
513. Sanguis meus plus clamat vindictam, quam sanguis Abel (Rev. l. 4. c. 132).
514. Ne lingua, quae vocat de coelo Fillium Dei, contra Dominum loquatur; et manus, quae intinguntur sanguine Christi, polluantur sanguine peccati! (Molina. Instr. Sacerd. tr. 1. c. 5. § 2).
515. Quando ergo peccare volueris, quaere aliam linguam quam eam quae rubescit sanguine Christi, alias manus praeter eas quae Christum suscipiunt.
516. Accedunt, non vocati a Deo, sed impulsi ab avaritia (De Praep. ad. M. c. 8).
517. Numquid carnes sanctae auferent a te malitias tuas, in quibus gloriata es? (Jer. 11, 15).
518. Excusatione caret, qui facinus, ipso judice teste, committit (Serm. 26).
519. Levit. 10.
520. Cavendum est ne alienum ignem, hoc est, libidinis flammam, inter salutares hostias deferamus (Opusc. 26. c. 1).
521. Quisquis carnalis concupiscentiae flamma aestuat, et sacris assistere mysteriis non formidat, ille, procul dubio, divinae ultionis igne consumitur (Opusc. 27, c. 3).
522. Absit ut aliquis huic idolo substernatur, ut Filium Virginis in Veneris templo suscipiat (Serm. 60).
523. Quid illi sperandum, qui, coelestibus tricliniis intromissus, non modo non est spiritualis indumenti decore conspicuus, sed ultro etiam foetet sordentis luxuriae squalore perfusus (Opusc. 18. d. 1. c. 4).
524. Vae ei qui se alienum fecerit ab eo; et multum vae ei qui immundus accesserit! (De Ord. vitae, c. 1. c. 4).
525. Ingredior ad Sacerdotem istum ut Sponsus; egredior ut judex, judicaturus contemptus a sumente (Rev. l. 4. c. 62).
526. De Sacram. alt. conc. 3.
527. Maledicti sunt a coelo et terra, et ab omnibus creaturis quae ipsae obediunt Deo, et isti spreverunt (Revel. l. 1. c. 47).
528. Videmus Sacerdotes abutentes vasis Deo consecratis; sed prope est manus illa et scriptura terribilis: Mane, Thecel, Phares: Numeratum, Appensum, Divisum (Serm. 56).
529. Fiat mensa eorum coram ipsis in laqueum (Ps. 68, 23).
530. Sumentes indigne, prae caeteris delicta graviora committunt, et pertinaciores in malo sunt (S. de Euchar.).
531. Qui enim manducat et bibit indigne, judicium sibi manducat et bibit (1. Cor. II, 29).
532. Cur, o Sacerdos, qui sacrificium Deo debes offerre, temetipsum prius maligno spiritui non vereris victimam immolare? (Opusc. 17. c. 3)
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